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Facebook a Teheran

16/06/2009 • Politica, Religioni

In questi giorni, ci giungono notizie angoscianti da Teheran. L’onda verde di tutti quei coraggiosi ragazzi e ragazze, che nei giorni scorsi avevamo seguito con trepidazione e speranza ma anche con preoccupazione dato il fresco ricordo del ventennale di Tienanmen, sembra essersi infranta contro la diga del regime dei preti islamisti. Quasi nessuno di loro era nato quando i loro padri e le loro madri si battevano contro il precedente regime, altrettanto corrotto e dispotico, ma amico dell’Occidente. E’ responsabilità anche nostra se oggi si ritrovano adulti e prigionieri in quella gabbia soffocante.

Come vedono il mondo i figli di una delle più antiche e splendide civiltà della Terra? Sono istruiti, giovani (il 70% degli iraniani ha meno di trent’anni), pieni di vitalità ma compressi da una ierocrazia fanatica che tuttavia permette loro di votare, al contrario di certi altri regimi dell’area che da noi vengono definiti “moderati”, ma subito dopo li vuole depredare del loro voto. Al di là delle sbarre della loro prigione vedono l’Occidente, ricco e libero, che minaccia di bombardarli se il loro governo proseguirà con la sua politica aggressiva e che li lascia soli nel momento in cui, facendo leva sulle contraddizioni del sistema, provano a prendere in mano il loro destino. Neanche il Presidente Obama, in queste ore, sembra essere in grado di esercitare quel soft power della cui fama, spesso, l’Occidente vorrebbe ammantarsi. Il silenzio delle Cancellerie stride di fronte a quegli immensi cortei, a quel grido unanime di libertà, a quelle violenze da noi solo intuite, a quelle orrende minacce di repressione sanguinaria.

Non possono e non devono essere lasciati soli dai popoli del mondo, mentre i governanti, interessati solo al quieto vivere degli affari, si disinteressano del loro destino.

Occorre che alle mobilitazioni di sostegno come quella del Riformista, che domani 17 giugno dà appuntamento in piazza Farnese a Roma, ne seguano innumerevoli altre. Ricordiamo che fu per iniziativa dello stesso quotidiano se nessun politico italiano osò stringere la mano ad Ahmadinejad quando venne in Italia alcuni mesi fa.

Occorre che, nei giorni in cui la RAI ci propina martellanti messaggi pubblicitari sulle meraviglie del “digitale terrestre”, riflettiamo, e facciamo riflettere i nostri ragazzi, su quale bene prezioso possono essere le nuove tecnologie come Internet, Facebook, Twitter, la posta elettronica, gli SMS, se tanta cura quel regime mette nell’oscurarli. E, nonostante tutto, i giovani iraniani, in parte, riescono ad aggirare le maglie della censura e, per organizzarsi, usano la stessa tecnologia che noi sprechiamo in futili passatempi.

Credo che una finestra di eccezionale importanza per capire quello che sta succedendo è il materiale in lingua inglese, che sulla grande rete filtra dall’Iran, raccolto dal blog The Lede del New York Times.

Quando la drammaticità di questi giorni si sarà attenuata, si dovrà riflettere molto su questo aspetto.

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