MENU

L’UAAR e le intese con le confessioni acattoliche previste dalla Costituzione

07/02/2014 • Politica, Religioni

L’uscita di un articolo sulla prestigiosa rivista dell’Associazione Italiana dei Costituzionalisti, firmato dal professor Nicola Colaianni, il 6 dicembre 2013 intitolato Ateismo de combat e intese con lo Stato ha chiarito il senso del pronunciamento della Cassazione, risalente al giugno precedente, relativo al ricorso dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti (UAAR) contro la decisione presa dalla Presidenza del Consiglio nel 2010 di rifiutare di intavolare una trattative in vista di un’intesa con lo Stato italiano, alla stregua di quelle previste dall’articolo 8 della Costituzione per le confessioni religiose diverse da quella cattolico-romana.
Sostanzialmente la Cassazione ha inteso censurare, secondo le spiegazioni del professor Colaianni, la decisione del governo di respingere l’inizio della trattativa per l’intesa in mancanza di criteri obiettivi e predeterminati dalla legge che limitino la discrezionalità del governo. In pratica la sentenza stabilisce l’obbligo di inizio di trattativa, ma assolutamente non quello di una conclusione positiva e/o di conversione in legge, che peraltro spetterebbe al parlamento. Si tratta quindi di una pronunciazione garantista ma che non afferma affatto un diritto all’intesa.

Nel documento UAAR di reazione alla sentenza positiva della Cassazione vi sono evidenti errori di valutazione, che appaiono sintomi degli equivoci generali che stanno alla base dell’intera strategia dell’UAAR in questa materia.
La richiesta di intesa con lo Stato da parte dell’UAAR sarebbe volta a ottenere il riconoscimento di prerogative che in Italia hanno solo le confessioni religiose, “per permettere di tutelare su un piano di parità e in maniera effettiva i diritti di atei e agnostici e la laicità dello Stato”.

Come perfettamente spiegato dal professor Colaianni, l’intero ragionamento dell’UAAR, che vorrebbe porsi su un piano rivendicativo di parità di diritti che la legge ordinaria non riconoscerebbe favorendo invece aggregazioni sociali, le chiese, che pretendono di “avere privilegi per la loro natura religiosa”, è inficiato da un profonda incomprensione della distinzione che la Costituzione compie fra “confessioni religiose” e associazioni di cittadini, religiose o no.La decisione della Cassazione, infatti, riguarda solo il tema dell’inammissibilità del rifiuto del governo ad intavolare trattative, ma non entra minimamente nella questione della configurabilità dell’UAAR come confessione religiosa. Le confessioni religiose sono le sole entità, ricordiamo, depositarie del diritto di giungere all’intesa con lo Stato, in forza dell’articolo 8 della Costituzione.
Non solo all’UAAR manca l’autoqualificazione di confessione religiosa, dato che il suo statuto la definisce “organizzazione filosofica non confessionale”, ma sono assenti anche altri elementi di riscontro oggettivo, quali riti, cura dei fedeli, contatti a rete fra aderenti, opere letterarie religiose, eccetera. Si ha confessione religiosa, solo in presenza di una comunità di credenti, cioè di aderenti sul piano interiore, in contatto reciproco, favorito dalla comune fede, che fornisce loro vie collettive per ottenere quanto non potrebbero singolarmente. Sulla base della Costituzione (articolo 8), all’UAAR non sarà mai riconosciuto il diritto alla stipula di un’intesa, perché non ne ha semplicemente i requisiti.
E’ l’articolo 18 della Carta a garantire lo spazio di libertà dell’UAAR, come quello di qualsiasi altra associazione di cittadini, ma esso non ha attinenza con le intese.

Quanto al livello internazionale, l’interpretazione dell’evoluzione della giurisprudenza presentata nel documento UAAR è molto superficiale. La Corte suprema americana ha iniziato a considerare in modo particolare solo alcune associazioni ateistiche a orientamento “comunitario”, dotate quindi di riti e di religiosità, anche se non riconoscono entità trascendenti. Ma questa è proprio la direzione che l”UAAR ha sempre negato di voler intraprendere.

L’intento di volersi battere per la non discriminazione dei cittadini e per la difesa della laicità dello Stato è lodevole, ma non occorre essere in possesso di un’intesa con lo Stato per poterlo perseguire. Men che meno l’ateismo, sul piano individuale, è garanzia di corretta concezione della laicità dello Stato. Non dimentichiamo che questo paese presenta lo stravagante, e direi penoso, spettacolo degli “atei devoti” e delle loro schiene ricurve davanti alle pretese di ingerenza legislativa d’OltreTevere.
Né possiamo ammettere che intesa significhi per forza privilegi indebiti. Più di una confessione acattolica, garantita da intesa, non trattiene per ragioni di culto o di gestione di proprie strutture un solo centesimo di quelli che i cittadini affidano loro, esprimendo le loro preferenze sulla destinazione della quota dell’ 8 × 1000 del loro reddito. Le intere somme raccolte vengono elargite per opere di assistenza sociale o iniziative culturali.

I commenti sono disattivati.

« »