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Richiami all’etica della comunicazione

20/02/2014 • Etica, Religioni

A distanza di sole ventiquattro ore dalla lettera indirizzata dalla senatrice a vita Elena Cattaneo al direttore di La Stampa per censurare la vergognosa parte giocata dalla trasmissione televisiva Le Iene nella disinformazione dell’opinione pubblica nel quadro della triste vicenda del cosiddetto metodo Stamina, papa Francesco ha ricevuto in udienza il personale della RAI. Concludendo il suo breve discorso, ha voluto ricordare che “ciascuno … è chiamato a vigilare e tenere alto il livello etico della comunicazione, ed evitare quelle cose che fanno tanto male: la disinformazione, la diffamazione e la calunnia“.

E’ sotto gli occhi di tutti l’effetto di degenerazione non solo del livello ma anche della qualità dell’informazione e più in generale dell’offerta del prodotto televisivo completamente in balia delle logiche commerciali che non mirano all’elevazione dell’opinione pubblica, bensì alle quote di audience, cioè agli introiti pubblicitari, non facendosi scrupoli di sollecitare i più bassi istinti del pubblico.
Decenni di incuria sulla qualità dell’unico medium culturale di largo consumo popolare, dato che gli italiani sono fra i popoli occidentali più refrattari alla lettura, hanno determinato un generale arretramento del livello di maturità della opinione pubblica pronta a cadere facile vittima di mistificazioni e inganni come quello denunciato dalla senatrice Cattaneo, di inaudita gravità, data la delicatezza della materia, cioè il controllo sulla scientificità di metodi di cura proposti per malattie gravissime.

Quindi in prima battuta non si può che concordare con il richiamo al senso dell’etica che il pontefice romano ha rivolto ai lavoratori del servizio televisivo pubblico.

Tuttavia l’esame dell’intero testo del discorso papale non ci risparmia un certo senso di disagio.
Papa Francesco aveva esordito dicendo che la parola-chiave da mettere in evidenza è “collaborazione“. Egli ha voluto ricordare che durante la storia della RAI vi è sempre stata collaborazione fra essa e gli enti vaticani preposti ai mezzi radio-televisivi. Grazia alla collaborazione, sono entrati nelle case degli italiani i grandi eventi della Curia romana: dal Concilio, alle elezioni dei papi, ai viaggi pontificali, al Giubileo, al funerale di Giovanni Paolo II.

Ma proprio qui sta il punto. Non c’è dubbio che il modus operandi della RAI non è che un tassello dell’atteggiamento prono delle istituzioni dello stato nei confronti di Oltretevere, che autorizza a dire che l’Italia è uno stato laico fino a un certo punto. Era davvero opportuna un’iniziativa come quella di sabato 18 gennaio u.s., che ha visto l’intera RAI recarsi all’udienza papale nel quadro delle celebrazioni del suo anniversario di costituzione? Le troppe genuflessioni e baciamani da parte di dirigenti nominati dal parlamento italiano hanno dato una dimostrazione visiva di come la RAI sia con naturalezza pronta a fare da cassa di risonanza di una precisa strategia vaticana mirante a proporsi all’opinione pubblica come l’agenzia religiosa “di tutti”, non solo di una parte degli italiani. Solo in un quadro abusivo di privilegi da chiesa di stato si possono comprendere certi toni ossequiosi o le vere e proprio censure verso opinioni scomode o addirittura la risonanza data agli attacchi contro leggi dello stato, spesso senza alcun filtro critico. Per non dire degli squilibri nei palinsesti fra lo spazio dedicato al cattolicesimo e le briciole lasciate alle altre confessioni cristiane o religioni non cristiane, che il fenomeno migratorio sta rendendo realtà importanti sul suolo nazionale

Pertanto, pur rispettando la statura di papa Francesco che in altri campi molto sta facendo per migliorare la coerenza pubblica della sua chiesa, non si può non denunciare come profondamente ambigua la parte centrale del suo discorso in cui esorta i dipendenti RAI a non lasciare che il futuro possa trovarci “senza la responsabilità della nostra identità”. Qual è oggi l’identità del popolo italiano? Senza dubbio non è univoca, non è monolitica, non è caratterizzata da radici singole. Essa è plurale, multiculturale, come quella di tutte le moderne società occidentali, non fosse altro perché la società si è fortemente secolarizzata, pertanto non sempre un credo religioso è partecipe ai processi formativi delle identità individuali.
Compito della RAI in primis, ma anche di tutto il resto del mondo dei mass media, è quello di dipingere, con alto senso di responsabilità certamente, un quadro variopinto composto da tante realtà, fra le quali quella cattolica è solo una. Certamente molto importante, ma non unica.

Dai dirigenti e dai dipendenti RAI ci aspettiamo meno inchini e più distacco critico che aiuti la pubblica opinione a maturare una consapevolezza dell’indirizzo da dare al vivere insieme di gruppi che non possono essere assimilati a un unico sentire etico e valoriale. Se vogliono continuare a fornire un servizio pubblico, ce lo devono.

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